Il pur vasto e variegato sistema simbolico che abbiamo utilizzato nel recente passato come architetti, non riesce più a rappresentare totalmente la Comunità umana in continua mutazione proprio perché alimentato, troppo spesso, da una composizione astratta di assoluto purismo che pone l’architettura su un piano totalmente autonomo1 e che, di conseguenza, risulta inadeguato a rappresentare la nuova attualità. Il procedimento di costruzione del pensiero compositivo nasce secondo complesse traiettorie e sovrapposizioni di diverse durate, esperienze e percezioni. Vi sono concetti che si basano sui valori della permanenza della memoria ed altri attraverso una sua traduzione, alcuni come fatto puramente geometrico attraverso l’uso di forme primarie o più complesse, altri che derivano dall’esperienza diretta. La descrizione di una condizione in permanente transizione non può prescindere dal rapporto spazio e tempo, ovvero spazio e luogo2. Un luogo che contiene una sedimentazione ibrida di narrazioni umane, desideri, e figurazioni che richiedono una traduzione alternativa ai modi con cui creiamo, capace di interpretare i complicati intrecci del presente. Un luogo che oggi è composto non più come in passato da un unico livello che mutava in base al periodo storico e che ambiva ad un’unica verità, ma che comprende differenti livelli del reale che ci conducono ad una complessità di verità: alla “Sfera e il labirinto” come scriveva Manfredo Tafuri più di cinquant’anni fa. Pertanto il lungo processo di selezione e di interpretazione critica dei materiali della realtà empirica si deve adattare a questa nuova condizione che mi porta a formulare una possibile visione traducendo i termini di termini di “ospitalità e traduzione” rifacendomi a quanto definito da Paul Ricoeur “Nella traduzione lavorano il proprio e l’estraneo. [...] Nella traduzione è all’opera un concetto di umanità plurale, non riducibile a una sola cosa in termini di scienza unificata, di un sapere assoluto o di una lingua unica, ma unificabile sul modello dell’ospitalità e della convivenza, della coabitazione in un mondo reso abitabile da una prassi di convivialità”3. In questa visione, progettare architettura significa rapportarsi con la memoria e la sua traduzione, perché lo spazio costruito è tempo condensato, e fonda la relazione con l’atto del processo creativo attraverso un intreccio di piani, da quello più astratto, come fatto puramente compositivo e geometrico, a quello reale, capace di accogliere, sovrascrivendo la storia, il luogo, il molteplice, il frammentario, il polimorfo, nel tentativo di rispondere a interrogativi di senso e di proporre forme significative capaci di attivare l’ignoto celato dietro ogni cosa esistente.

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alessandro gaiani
Primo
2025

Abstract

Il pur vasto e variegato sistema simbolico che abbiamo utilizzato nel recente passato come architetti, non riesce più a rappresentare totalmente la Comunità umana in continua mutazione proprio perché alimentato, troppo spesso, da una composizione astratta di assoluto purismo che pone l’architettura su un piano totalmente autonomo1 e che, di conseguenza, risulta inadeguato a rappresentare la nuova attualità. Il procedimento di costruzione del pensiero compositivo nasce secondo complesse traiettorie e sovrapposizioni di diverse durate, esperienze e percezioni. Vi sono concetti che si basano sui valori della permanenza della memoria ed altri attraverso una sua traduzione, alcuni come fatto puramente geometrico attraverso l’uso di forme primarie o più complesse, altri che derivano dall’esperienza diretta. La descrizione di una condizione in permanente transizione non può prescindere dal rapporto spazio e tempo, ovvero spazio e luogo2. Un luogo che contiene una sedimentazione ibrida di narrazioni umane, desideri, e figurazioni che richiedono una traduzione alternativa ai modi con cui creiamo, capace di interpretare i complicati intrecci del presente. Un luogo che oggi è composto non più come in passato da un unico livello che mutava in base al periodo storico e che ambiva ad un’unica verità, ma che comprende differenti livelli del reale che ci conducono ad una complessità di verità: alla “Sfera e il labirinto” come scriveva Manfredo Tafuri più di cinquant’anni fa. Pertanto il lungo processo di selezione e di interpretazione critica dei materiali della realtà empirica si deve adattare a questa nuova condizione che mi porta a formulare una possibile visione traducendo i termini di termini di “ospitalità e traduzione” rifacendomi a quanto definito da Paul Ricoeur “Nella traduzione lavorano il proprio e l’estraneo. [...] Nella traduzione è all’opera un concetto di umanità plurale, non riducibile a una sola cosa in termini di scienza unificata, di un sapere assoluto o di una lingua unica, ma unificabile sul modello dell’ospitalità e della convivenza, della coabitazione in un mondo reso abitabile da una prassi di convivialità”3. In questa visione, progettare architettura significa rapportarsi con la memoria e la sua traduzione, perché lo spazio costruito è tempo condensato, e fonda la relazione con l’atto del processo creativo attraverso un intreccio di piani, da quello più astratto, come fatto puramente compositivo e geometrico, a quello reale, capace di accogliere, sovrascrivendo la storia, il luogo, il molteplice, il frammentario, il polimorfo, nel tentativo di rispondere a interrogativi di senso e di proporre forme significative capaci di attivare l’ignoto celato dietro ogni cosa esistente.
2025
Gaiani, Alessandro
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11392/2611111
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