Il saggio, a partire dalle riflessioni di Vittorio Angiolini sulla giurisdizione - in particolare dalla lezione n. 7 del volume "Sette lezioni" (2012) e già dalla sua terza monografia, "Riserva di giurisdizione e libertà costituzionali", scritta durante la sua esperienza ferrarese (1992) - sviluppa un ragionamento sull'approccio culturale che colloca sull'asse oggettivo/soggettivo la natura del processo amministrativo. Il punto di partenza è la scienza del periodo che il saggio definisce provocatoriamente il "decennio militante" (1960-1970), in cui si afferma la teoria post-chiovendiana del processo davanti al Consiglio di Stato come "giudizio sul rapporto" (Giannini, Piras, Bachelet e altri). La traiettoria di sviluppo della riflessione è tuttavia incentrata su alcune superfetazioni dogmatiche di questo modello e tende a metterne in luce la profonda inattualità, soprattutto sul versante dell'accesso alla giustizia, elemento essenziale del giusto processo negli ordinamenti democratici. Lo scopo è cercare di dimostrare come la "dogmatica" della "soggettività", grazie alla sua postulazione indefettibile di uno "scopo" del processo, possa paradossalmente convertirsi nell'ideale di un giudizio che, lungi da corrispondere a un luogo di vera e propria "giustizia nell'amministrazione" (Corte cost. n. 20472004), torna a essere posizionato a un ruolo ancillare rispetto all'esercizio del potere amministrativo.
L'importanza di non sciogliere il "mistero" del processo amministrativo. Considerazioni (liberamente tratte) da una lezione di Vittorio Angiolini
M. MagriPrimo
2025
Abstract
Il saggio, a partire dalle riflessioni di Vittorio Angiolini sulla giurisdizione - in particolare dalla lezione n. 7 del volume "Sette lezioni" (2012) e già dalla sua terza monografia, "Riserva di giurisdizione e libertà costituzionali", scritta durante la sua esperienza ferrarese (1992) - sviluppa un ragionamento sull'approccio culturale che colloca sull'asse oggettivo/soggettivo la natura del processo amministrativo. Il punto di partenza è la scienza del periodo che il saggio definisce provocatoriamente il "decennio militante" (1960-1970), in cui si afferma la teoria post-chiovendiana del processo davanti al Consiglio di Stato come "giudizio sul rapporto" (Giannini, Piras, Bachelet e altri). La traiettoria di sviluppo della riflessione è tuttavia incentrata su alcune superfetazioni dogmatiche di questo modello e tende a metterne in luce la profonda inattualità, soprattutto sul versante dell'accesso alla giustizia, elemento essenziale del giusto processo negli ordinamenti democratici. Lo scopo è cercare di dimostrare come la "dogmatica" della "soggettività", grazie alla sua postulazione indefettibile di uno "scopo" del processo, possa paradossalmente convertirsi nell'ideale di un giudizio che, lungi da corrispondere a un luogo di vera e propria "giustizia nell'amministrazione" (Corte cost. n. 20472004), torna a essere posizionato a un ruolo ancillare rispetto all'esercizio del potere amministrativo.| File | Dimensione | Formato | |
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