Il contributo esamina il rapporto, storicamente ambiguo e tuttora problematico, tra il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il mantenimento della pace internazionale. Muovendo dall’inserimento del principio nella Carta delle Nazioni Unite, lo studio mostra come l’autodeterminazione sia stata originariamente concepita quale strumento funzionale al rafforzamento della pace universale, ma abbia poi assunto, soprattutto attraverso la prassi dell’Assemblea generale, un valore autonomo e centrale nel processo di decolonizzazione. L’analisi si concentra sulla prassi degli organi principali delle Nazioni Unite relativa ai popoli soggetti a dominazione coloniale, occupazione straniera o regime razzista, soffermandosi su casi emblematici quali Namibia, Sahara occidentale, Territorio palestinese occupato, Timor Est e Isole Chagos. Ne emerge una tensione ricorrente tra l’affermazione del carattere inalienabile del diritto all’autodeterminazione e la tendenza degli organi politici, in particolare del Consiglio di sicurezza, a privilegiare soluzioni negoziali orientate alla stabilità dello status quo. Il contributo sostiene che tale approccio rischia di produrre una concezione meramente formale della pace, incapace di rimuovere le cause profonde dei conflitti. Al tempo stesso, la prassi ONU offre elementi per ricostruire una funzione realmente pacificatrice dell’autodeterminazione, purché il suo esercizio sia ancorato al rispetto della volontà popolare, dell’integrità territoriale del territorio non autonomo o occupato, del principio dell’uti possidetis iuris e dei limiti derivanti dal diritto internazionale cogente. In questa prospettiva, autodeterminazione e pace non devono essere intese come valori contrapposti, ma come principi reciprocamente implicati nella costruzione di un ordine internazionale giusto e stabile.

Il diritto all’autodeterminazione dei popoli coloniali e assimilati fra pace e guerra: la prassi delle Nazioni Unite.

Alessandra Annoni
2026

Abstract

Il contributo esamina il rapporto, storicamente ambiguo e tuttora problematico, tra il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il mantenimento della pace internazionale. Muovendo dall’inserimento del principio nella Carta delle Nazioni Unite, lo studio mostra come l’autodeterminazione sia stata originariamente concepita quale strumento funzionale al rafforzamento della pace universale, ma abbia poi assunto, soprattutto attraverso la prassi dell’Assemblea generale, un valore autonomo e centrale nel processo di decolonizzazione. L’analisi si concentra sulla prassi degli organi principali delle Nazioni Unite relativa ai popoli soggetti a dominazione coloniale, occupazione straniera o regime razzista, soffermandosi su casi emblematici quali Namibia, Sahara occidentale, Territorio palestinese occupato, Timor Est e Isole Chagos. Ne emerge una tensione ricorrente tra l’affermazione del carattere inalienabile del diritto all’autodeterminazione e la tendenza degli organi politici, in particolare del Consiglio di sicurezza, a privilegiare soluzioni negoziali orientate alla stabilità dello status quo. Il contributo sostiene che tale approccio rischia di produrre una concezione meramente formale della pace, incapace di rimuovere le cause profonde dei conflitti. Al tempo stesso, la prassi ONU offre elementi per ricostruire una funzione realmente pacificatrice dell’autodeterminazione, purché il suo esercizio sia ancorato al rispetto della volontà popolare, dell’integrità territoriale del territorio non autonomo o occupato, del principio dell’uti possidetis iuris e dei limiti derivanti dal diritto internazionale cogente. In questa prospettiva, autodeterminazione e pace non devono essere intese come valori contrapposti, ma come principi reciprocamente implicati nella costruzione di un ordine internazionale giusto e stabile.
2026
979-12-235-0673-8
Pace; Autodeterminazione; Nazioni Unite
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