Il contributo esplora il delicato rapporto tra la tutela del principio del contraddittorio e l’esame a distanza del testimone nel processo penale, confrontando il sistema giuridico statunitense e quello italiano. L’analisi prende avvio dalla storica pronuncia della Corte Suprema nel caso Maryland v. Craig, che ha elaborato un test di proporzionalità a due passaggi per bilanciare il diritto dell’imputato al confronto con l’accusatore (VI Emendamento) e l’interesse alla protezione dell’integrità psicofisica della fonte di prova vulnerabile. Viene quindi approfondito il circuit split sviluppatosi tra le Corti federali in merito alla portata da attribuire al precedente della Corte Suprema, la cui interpretazione è ricostruita anche attraverso il rigetto opposto alla modifica della Rule 26 delle Federal Rules of Criminal Procedure. Si indaga, inoltre, la possibile obsolescenza del “Craig test” alla luce della successiva lettura della Confrontation Clause data dalla medesima Corte Suprema nel caso Crawford v. Washington. Più di recente, la necessità di salvaguardare la salute dei partecipanti al processo durante la pandemia da Covid-19 ha rappresentato un ulteriore banco di prova per vagliare l’attualità dello standard delineato in Craig. Lo studio comparato, in definitiva, propone l’esperienza statunitense come strumento per riconsiderare l’istituto della videoconferenza nell’ordinamento italiano, dove il silenzio della Corte costituzionale sul bilanciamento di interessi sotteso all’uso dei collegamenti audiovisivi ha aperto la strada a interventi del legislatore votati all’efficienza processuale.

Esame a distanza e diritto al confronto nel processo penale statunitense: spunti per ripensare lo statuto italiano della videoconferenza

Niccolò Tronchin
2025

Abstract

Il contributo esplora il delicato rapporto tra la tutela del principio del contraddittorio e l’esame a distanza del testimone nel processo penale, confrontando il sistema giuridico statunitense e quello italiano. L’analisi prende avvio dalla storica pronuncia della Corte Suprema nel caso Maryland v. Craig, che ha elaborato un test di proporzionalità a due passaggi per bilanciare il diritto dell’imputato al confronto con l’accusatore (VI Emendamento) e l’interesse alla protezione dell’integrità psicofisica della fonte di prova vulnerabile. Viene quindi approfondito il circuit split sviluppatosi tra le Corti federali in merito alla portata da attribuire al precedente della Corte Suprema, la cui interpretazione è ricostruita anche attraverso il rigetto opposto alla modifica della Rule 26 delle Federal Rules of Criminal Procedure. Si indaga, inoltre, la possibile obsolescenza del “Craig test” alla luce della successiva lettura della Confrontation Clause data dalla medesima Corte Suprema nel caso Crawford v. Washington. Più di recente, la necessità di salvaguardare la salute dei partecipanti al processo durante la pandemia da Covid-19 ha rappresentato un ulteriore banco di prova per vagliare l’attualità dello standard delineato in Craig. Lo studio comparato, in definitiva, propone l’esperienza statunitense come strumento per riconsiderare l’istituto della videoconferenza nell’ordinamento italiano, dove il silenzio della Corte costituzionale sul bilanciamento di interessi sotteso all’uso dei collegamenti audiovisivi ha aperto la strada a interventi del legislatore votati all’efficienza processuale.
2025
979-12-211-1850-6
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