La città contemporanea, frammentata e fluida, sfugge sempre più alle tradizionali logiche della pianificazione urbana rigida e predittiva. Per "fare spazio" occorre immaginare nuove forme di urbanistica capaci di valorizzare l’incertezza come risorsa generativa. In questo contesto, la flessibilità teorizzata da Rem Koolhaas diventa centrale: non si tratta di prevedere ogni cambiamento futuro, ma di lasciare spazi aperti, capaci di adattarsi a usi diversi, persino opposti, in cui l’indeterminato non è difetto, ma condizione di lavoro feconda. La "pianificazione aperta" proposta da Isabella Inti sostiene un piano urbanistico adattivo, relazionale e inclusivo, capace di gestire e resistere a conflitti e incertezze. Françoise Choay, John F. Turner e Álvaro Siza valorizzano la città informale non come emergenza da risolvere, ma come anticipazione di una città futura flessibile e adattiva. E’ necessario spingersi verso l’urbanistica circolare - applicazione dell’economia circolare alla città - che oggi rappresenta un’alternativa concreta al modello tradizionale di separazione rigida delle funzioni. Attraverso il recupero del “residuale” (aree industriali dismesse, scarti urbani e umani…), si attivano processi che li trasformano in risorse (ad esempio attraverso usi temporanei e adattivi, parchi temporanei, orti urbani comunitari, spazi multifunzionali..), con un approccio strategico e sistemico capace di valutarne i rischi (gentrificazione, greenwashing,..), di considerare fin dall'inizio le necessarie azioni di ricucitura e mantenendo un costante monitoraggio degli impatti socio-economici-ambientali. L’urbanistica circolare presuppone un approccio di piano-processo che non sancisce soluzioni definitive, ma attiva processi negoziali basati sulla corresponsabilità degli attori coinvolti. In questa prospettiva, la regia pubblica assume un ruolo di facilitazione e accompagnamento, lasciando margini di adattamento e sperimentazione ai soggetti coinvolti. È fondamentale integrare i tempi lunghi della pianificazione con quelli brevi delle azioni dirette, mantenendo la città come piattaforma aperta, in costante evoluzione, in equilibrio tra equilibri. L’urbanistica circolare non pianifica dettagli, ma predispone condizioni per la trasformazione. Lasciare aperti i margini di intervento rappresenta un gesto di ascolto e fiducia nella capacità collettiva di abitare e rigenerare gli spazi, predisponendo condizioni per una trasformazione continua e collaborativa. La pandemia ha ulteriormente evidenziato la necessità di ridisegnare lo spazio urbano secondo criteri più affettivi e dialogici, confermando l’urbanistica circolare come pratica trasformativa capace di risignificare i luoghi, renderli abitabili sotto ogni profilo (bellezza, sostenibilità, inclusione - come ci rammenta il New European Bauhaus), desiderabili e giusti.
Progettare l'incerto. L'urbanistica circolare come pratica trasformativa
Maddalena Fortelli
Primo
;Rinaldi Andrea
Ultimo
2025
Abstract
La città contemporanea, frammentata e fluida, sfugge sempre più alle tradizionali logiche della pianificazione urbana rigida e predittiva. Per "fare spazio" occorre immaginare nuove forme di urbanistica capaci di valorizzare l’incertezza come risorsa generativa. In questo contesto, la flessibilità teorizzata da Rem Koolhaas diventa centrale: non si tratta di prevedere ogni cambiamento futuro, ma di lasciare spazi aperti, capaci di adattarsi a usi diversi, persino opposti, in cui l’indeterminato non è difetto, ma condizione di lavoro feconda. La "pianificazione aperta" proposta da Isabella Inti sostiene un piano urbanistico adattivo, relazionale e inclusivo, capace di gestire e resistere a conflitti e incertezze. Françoise Choay, John F. Turner e Álvaro Siza valorizzano la città informale non come emergenza da risolvere, ma come anticipazione di una città futura flessibile e adattiva. E’ necessario spingersi verso l’urbanistica circolare - applicazione dell’economia circolare alla città - che oggi rappresenta un’alternativa concreta al modello tradizionale di separazione rigida delle funzioni. Attraverso il recupero del “residuale” (aree industriali dismesse, scarti urbani e umani…), si attivano processi che li trasformano in risorse (ad esempio attraverso usi temporanei e adattivi, parchi temporanei, orti urbani comunitari, spazi multifunzionali..), con un approccio strategico e sistemico capace di valutarne i rischi (gentrificazione, greenwashing,..), di considerare fin dall'inizio le necessarie azioni di ricucitura e mantenendo un costante monitoraggio degli impatti socio-economici-ambientali. L’urbanistica circolare presuppone un approccio di piano-processo che non sancisce soluzioni definitive, ma attiva processi negoziali basati sulla corresponsabilità degli attori coinvolti. In questa prospettiva, la regia pubblica assume un ruolo di facilitazione e accompagnamento, lasciando margini di adattamento e sperimentazione ai soggetti coinvolti. È fondamentale integrare i tempi lunghi della pianificazione con quelli brevi delle azioni dirette, mantenendo la città come piattaforma aperta, in costante evoluzione, in equilibrio tra equilibri. L’urbanistica circolare non pianifica dettagli, ma predispone condizioni per la trasformazione. Lasciare aperti i margini di intervento rappresenta un gesto di ascolto e fiducia nella capacità collettiva di abitare e rigenerare gli spazi, predisponendo condizioni per una trasformazione continua e collaborativa. La pandemia ha ulteriormente evidenziato la necessità di ridisegnare lo spazio urbano secondo criteri più affettivi e dialogici, confermando l’urbanistica circolare come pratica trasformativa capace di risignificare i luoghi, renderli abitabili sotto ogni profilo (bellezza, sostenibilità, inclusione - come ci rammenta il New European Bauhaus), desiderabili e giusti.| File | Dimensione | Formato | |
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