La fase storica contemporanea non può essere interpretata unicamente come un convenzionale passaggio tra modelli culturali distinti, né come una semplice riarticolazione assiologica. A differenza delle grandi cesure storiche – si pensi al passaggio dal mondo teocentrico medievale all’antropocentrismo rinascimentale, o dalla razionalità illuminista alla pragmatica dell’età industriale – il fenomeno a cui assistiamo è qualificabile come un processo nato dall’analisi delle trasformazioni socio-culturali avviatesi a partire dagli anni Sessanta, poi proseguito attraverso la globalizzazione neoliberale, che ha dissolto i legami sociali e territoriali preesistenti nell’astrazione della logica di mercato, avviando una deterritorializzazione che ha indotto mobilità e migrazioni che hanno infranto l’integrità degli orizzonti culturali nazionali, accentuato dal percorso digitale che ha decontestualizzato e reso autoreferenziale la comunicazione, svuotandola della sua densità relazionale e infine messo definitivamente in crisi all’Antropocene, la cui forza intrinseca ci proietta oggi in una condizione obbligatoria di mutamento del sistema complessivo e dell’architettura in particolare. Questo fenomeno ha come diretta conseguenza la dissoluzione delle strutture basilari del lessico culturale comune essenziali per la configurazione dello spazio abitato. Tale situazione comporta almeno due effetti principali sul progetto architettonico e urbano: la de-territorializzazione in cui i progetti non sono più profondamente radicati nel contesto sociale e culturale del luogo, e la priorità alla performance tecnica in cui tende a dare più importanza all’efficienza tecnica e alla performance del progetto, piuttosto che rispondere alle reali esigenze della società. Secondo la prospettiva di Oliver Roy, le società occidentali contemporanee non sono riuscite a generare un nuovo sistema culturale condiviso o un immaginario collettivo unificante. Al contrario, hanno risposto a tale vuoto attraverso una proliferazione di codici normativi, classificazioni e regolamenti. Questo fenomeno compensatorio mira a sopperire alla perdita di quell’insieme di valori impliciti che in passato guidavano il comportamento e la produzione culturale. In questa condizione l’individuo umanistico, tradizionalmente concepito come artefice del proprio destino, si confronta con la sovradeterminazione della sua condizione esistenziale. L’ideale rinascimentale dell’uomo al centro dell’universo, capace di modellare il proprio ambiente, è messo in crisi da una realtà che sembra essere compromessa dai fenomeni descritti che portano l’attuale condizione a formulare un futuro che non esite se non come dimensione del presente. Per una comprensione critica dell’agire in ambito progettuale, è necessario, allora, riorientare il nostro approccio, riconoscendo che l’azione umana non è un’entità isolata, ma si inserisce in una complessa rete di vettori non umani. Questi includono, ma non si limitano a, entità biotiche (animali, vegetali) e abiotiche (ecosistemi, fiumi, mari, monti), le cui interazioni e dinamiche co-determinano il campo d’azione. Tale prospettiva, che potremmo definire ecosistemica o meticciata, comporta il superamento dell’antropocentrismo tradizionale, riconoscendo l’uomo come un elemento fra i molti che compongono la realtà. L’accettazione di questa co-dipendenza implica, per la pratica progettuale architettonica e urbana, una radicale riconsiderazione del concetto di un progetto sovraimposto dall’alto. Il progetto non può più essere inteso come un ordine totalizzante su un ambiente passivo; contrario, deve accogliere l’incertezza e la non linearità delle traiettorie adattive a cui le nostre azioni danno vita. Il limite, pertanto, è una condizione intrinseca e costitutiva di ogni situazione progettuale. Questa consapevolezza ci spinge a concepire un agire situazionale, che risponda alle sfide concrete del contesto anziché a priori o a utopie o pensieri predefiniti. L’azione si sposta sul piano dell’esistenza, intesa come la dimensione in cui il progetto si “meticcia” con una condizione esistente, “situazionale” in cui “sovrascrive sintagmaticamente” un nuovo livello adattivo e additivo, su ciò che è già presente così da includere l’ereditarietà, il presente ed il futuro, in una dimensione diacronica e sincronica. In questo senso, il progetto non cerca più di applicare un programma globale o un modello alternativo prefissato per “disciplinare la realtà”. Piuttosto, si configura come un sistema che non separa, elenca e ricompone, ma che cerca il confronto in un unico ambiente, in cui ogni parte esiste in funzione dell’altra: il tutto è incluso in ogni parte. Il progetto di architettura e quello urbano, in tale contesto, divengono un atto di “progettazione situazionale”, che opera con ciò che è dato, accettando il carattere limitato di ogni intervento e rinunciando all’illusione di poter dominare il divenire delle situazioni. Il progetto si inserisce, allora, in un presente situazionale che è stratificato, non statico, e la cui profondità è il risultato della costruzione complessa e contraddittoria della realtà identitaria in cui opera.

Progetto situazionale

alessandro gaiani
Primo
2025

Abstract

La fase storica contemporanea non può essere interpretata unicamente come un convenzionale passaggio tra modelli culturali distinti, né come una semplice riarticolazione assiologica. A differenza delle grandi cesure storiche – si pensi al passaggio dal mondo teocentrico medievale all’antropocentrismo rinascimentale, o dalla razionalità illuminista alla pragmatica dell’età industriale – il fenomeno a cui assistiamo è qualificabile come un processo nato dall’analisi delle trasformazioni socio-culturali avviatesi a partire dagli anni Sessanta, poi proseguito attraverso la globalizzazione neoliberale, che ha dissolto i legami sociali e territoriali preesistenti nell’astrazione della logica di mercato, avviando una deterritorializzazione che ha indotto mobilità e migrazioni che hanno infranto l’integrità degli orizzonti culturali nazionali, accentuato dal percorso digitale che ha decontestualizzato e reso autoreferenziale la comunicazione, svuotandola della sua densità relazionale e infine messo definitivamente in crisi all’Antropocene, la cui forza intrinseca ci proietta oggi in una condizione obbligatoria di mutamento del sistema complessivo e dell’architettura in particolare. Questo fenomeno ha come diretta conseguenza la dissoluzione delle strutture basilari del lessico culturale comune essenziali per la configurazione dello spazio abitato. Tale situazione comporta almeno due effetti principali sul progetto architettonico e urbano: la de-territorializzazione in cui i progetti non sono più profondamente radicati nel contesto sociale e culturale del luogo, e la priorità alla performance tecnica in cui tende a dare più importanza all’efficienza tecnica e alla performance del progetto, piuttosto che rispondere alle reali esigenze della società. Secondo la prospettiva di Oliver Roy, le società occidentali contemporanee non sono riuscite a generare un nuovo sistema culturale condiviso o un immaginario collettivo unificante. Al contrario, hanno risposto a tale vuoto attraverso una proliferazione di codici normativi, classificazioni e regolamenti. Questo fenomeno compensatorio mira a sopperire alla perdita di quell’insieme di valori impliciti che in passato guidavano il comportamento e la produzione culturale. In questa condizione l’individuo umanistico, tradizionalmente concepito come artefice del proprio destino, si confronta con la sovradeterminazione della sua condizione esistenziale. L’ideale rinascimentale dell’uomo al centro dell’universo, capace di modellare il proprio ambiente, è messo in crisi da una realtà che sembra essere compromessa dai fenomeni descritti che portano l’attuale condizione a formulare un futuro che non esite se non come dimensione del presente. Per una comprensione critica dell’agire in ambito progettuale, è necessario, allora, riorientare il nostro approccio, riconoscendo che l’azione umana non è un’entità isolata, ma si inserisce in una complessa rete di vettori non umani. Questi includono, ma non si limitano a, entità biotiche (animali, vegetali) e abiotiche (ecosistemi, fiumi, mari, monti), le cui interazioni e dinamiche co-determinano il campo d’azione. Tale prospettiva, che potremmo definire ecosistemica o meticciata, comporta il superamento dell’antropocentrismo tradizionale, riconoscendo l’uomo come un elemento fra i molti che compongono la realtà. L’accettazione di questa co-dipendenza implica, per la pratica progettuale architettonica e urbana, una radicale riconsiderazione del concetto di un progetto sovraimposto dall’alto. Il progetto non può più essere inteso come un ordine totalizzante su un ambiente passivo; contrario, deve accogliere l’incertezza e la non linearità delle traiettorie adattive a cui le nostre azioni danno vita. Il limite, pertanto, è una condizione intrinseca e costitutiva di ogni situazione progettuale. Questa consapevolezza ci spinge a concepire un agire situazionale, che risponda alle sfide concrete del contesto anziché a priori o a utopie o pensieri predefiniti. L’azione si sposta sul piano dell’esistenza, intesa come la dimensione in cui il progetto si “meticcia” con una condizione esistente, “situazionale” in cui “sovrascrive sintagmaticamente” un nuovo livello adattivo e additivo, su ciò che è già presente così da includere l’ereditarietà, il presente ed il futuro, in una dimensione diacronica e sincronica. In questo senso, il progetto non cerca più di applicare un programma globale o un modello alternativo prefissato per “disciplinare la realtà”. Piuttosto, si configura come un sistema che non separa, elenca e ricompone, ma che cerca il confronto in un unico ambiente, in cui ogni parte esiste in funzione dell’altra: il tutto è incluso in ogni parte. Il progetto di architettura e quello urbano, in tale contesto, divengono un atto di “progettazione situazionale”, che opera con ciò che è dato, accettando il carattere limitato di ogni intervento e rinunciando all’illusione di poter dominare il divenire delle situazioni. Il progetto si inserisce, allora, in un presente situazionale che è stratificato, non statico, e la cui profondità è il risultato della costruzione complessa e contraddittoria della realtà identitaria in cui opera.
2025
9791280379047
sovrascrittura, progettazione situazionale, meticciato
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