Il tema sul quale ci è stato chiesto di riflettere è il benessere: come stare bene a scuola e nel mondo (Santagati, 2018). Io, invece, inizierò con il parlare di malessere, di disagio, di nichilismo1. In una parola, della solitudine che ci coinvolge nella relazione educativa a scuola e nel mondo, appunto; ovvero, nella relazione che intrecciamo con i nostri giovani interlocutori. È un paradosso, mi direte, sì, ma è un paradosso solo apparente. Io, infatti, credo che per apprendere a vivere il benessere, cioè per stare bene, occorra capire le radici del dolore. Siamo continuamente allarmati dai segni di sofferenza, insoddisfazione, inquietudine che colpiscono sempre più i nostri giovani: depressioni, solipsismo, nichilismo, aggressività, analfabetismo di ritorno e tutta la galassia dei comportamenti a rischio (Fabbri, 2019).Vediamo di soffermarci su alcuni nodi problematici che condizionano la relazione delle giovani generazioni con il presente. Si tratta di una relazione che passa inevitabilmente attraverso i dispositivi tecnologici. A questo proposito, Wiener ci aveva già avvisato che la tecnica è lo spazio concettuale nel quale si rispecchia il modo di pensare di un certo periodo storico (Wiener, 2008). La conseguenza sul piano educativo è allarmante perché induce ad avere rapporti con gli oggetti tecnologici più che con le persone. Una cosa, tuttavia, è chiara: c’è un filo conduttore che lega nel malessere giovani, famiglie e scuola: la solitudine. Una solitudine afasica, sostenuta paradossalmente dall’iper-comunicazione sincopata del linguaggio multimediale, ma anche delle retoriche socio-politiche contemporanee. È dalla qualità della relazione che nasce la qualità della formazione. Non sono sufficienti la competenza digitale, le tecniche didattiche di ultima generazione e nemmeno la tanto declamata vocazione del sempre più maltrattato docente. Credo che la scuola, alla quale sono già stati demandati compiti enormi e responsabilità infinite, debba, ahimè, anche assumersi il ruolo di farsi spazio di un ascolto-racconto desiderante. Per aiutare i nostri giovani interlocutori a star bene.

Solitudini interconnesse in un pensare frammentato

Anita Gramigna
Primo
2025

Abstract

Il tema sul quale ci è stato chiesto di riflettere è il benessere: come stare bene a scuola e nel mondo (Santagati, 2018). Io, invece, inizierò con il parlare di malessere, di disagio, di nichilismo1. In una parola, della solitudine che ci coinvolge nella relazione educativa a scuola e nel mondo, appunto; ovvero, nella relazione che intrecciamo con i nostri giovani interlocutori. È un paradosso, mi direte, sì, ma è un paradosso solo apparente. Io, infatti, credo che per apprendere a vivere il benessere, cioè per stare bene, occorra capire le radici del dolore. Siamo continuamente allarmati dai segni di sofferenza, insoddisfazione, inquietudine che colpiscono sempre più i nostri giovani: depressioni, solipsismo, nichilismo, aggressività, analfabetismo di ritorno e tutta la galassia dei comportamenti a rischio (Fabbri, 2019).Vediamo di soffermarci su alcuni nodi problematici che condizionano la relazione delle giovani generazioni con il presente. Si tratta di una relazione che passa inevitabilmente attraverso i dispositivi tecnologici. A questo proposito, Wiener ci aveva già avvisato che la tecnica è lo spazio concettuale nel quale si rispecchia il modo di pensare di un certo periodo storico (Wiener, 2008). La conseguenza sul piano educativo è allarmante perché induce ad avere rapporti con gli oggetti tecnologici più che con le persone. Una cosa, tuttavia, è chiara: c’è un filo conduttore che lega nel malessere giovani, famiglie e scuola: la solitudine. Una solitudine afasica, sostenuta paradossalmente dall’iper-comunicazione sincopata del linguaggio multimediale, ma anche delle retoriche socio-politiche contemporanee. È dalla qualità della relazione che nasce la qualità della formazione. Non sono sufficienti la competenza digitale, le tecniche didattiche di ultima generazione e nemmeno la tanto declamata vocazione del sempre più maltrattato docente. Credo che la scuola, alla quale sono già stati demandati compiti enormi e responsabilità infinite, debba, ahimè, anche assumersi il ruolo di farsi spazio di un ascolto-racconto desiderante. Per aiutare i nostri giovani interlocutori a star bene.
2025
9791255682806
Epistemologia della formazione, Disagio giovanile, Antropologia contemporanea
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